Questa terra non è solo un’eredità.
È un amore che arriva da lontano.
L’ho ricevuta da mia madre e prima ancora da mio nonno, Antonio Palombaro, non solo campi e pietre, ma un legame profondo, viscerale, con questo luogo.
Dopo vite tutt’altro che lineari Daniel parigino, Rosaria romana con un curriculum di rispetto come architetto, dopo aver lavorato da Portoghesi a Roma poi da Bofill a Barcellona entro in crisi e abbandono tutto nel 1985 per andare a Medugorije, ambedue “capitati” da una parte diversa del mondo nel 1988 ci siamo incontrati, 1989 sposati a Medjugorje e partiti per un viaggio di nozze di cinque mesi in camper.
La nostra era una scelta radicale di vita nomade, aperta, senza radici fisse.
Siamo arrivati qui quasi per caso, di passaggio, doveva essere una sosta di massimo una settimana giusto per docciarci come si deve e rifarci gli occhi dal soffitto basso del camper al soffitto alto con le travi in legno… solo pochi giorni.
Ma la vita, si sa, non segue i piani dell’uomo.
Qualcosa accadde che cambiò tutto: aspettavamo un bambino.
Decidemmo di fermarci in questo “nulla”, immerso in una natura prorompente, giusto il tempo di aspettare la nascita di Teresa… e poi ripartire.
Ma la storia prese un’altra direzione.
Non era Teresa.
Nacque Emanuel.
Emanuel fu portato subito all’Ospedale Bambino Gesù: due mesi in patologia neonatale, un intervento al cuore eseguito dal professor Marcelletti, poi un altro mese di ricovero perché non era ancora chiaro cosa avesse oltre ai problemi cardiaci.
Un mattino, durante il consueto giro dei medici, ci dissero:
“Emanuel oggi viene dimesso.”
Eravamo spiazzati.
Senza una casa, senza preparazione, ancora protetti dal microcosmo ospedaliero, ci guardammo e ci chiedemmo:
“E adesso dove andiamo?”
L’unico luogo che potesse somigliare a una casa era qui, a San Venanzo. Nel nulla. Con un bambino fragile.
Eppure ci siamo lasciati portare dalla storia. E ci siamo fermati.
Dopo la divisione con i miei fratelli, Luca e Cristina, ci ritrovammo proprietari di 50 ettari tra boschi di querce, uliveti e seminativi e 3 casali di cui 2 ridotti a rudere.
Ogni anno veniva a farci visita un agronomo con nuove proposte: prima i cavalli in via di estinzione, poi il rimboschimento, infine l’idea del restauro del casale con un contributo europeo del 45% a fondo perduto.
Era il 1997.
In banca avevamo due milioni di lire di rosso.
Davanti a una scelta così grande, sentimmo il bisogno di fermarci e pregare.
La tovaglietta bianca, una candela, un crocifisso, la statuina della Madonna alla quale avevamo consacrato tutto, una Bibbia… apriamo a caso. Esce il Salmo 89.
La domanda era semplice:
Ristrutturare il casale o no?
Il salmo è lungo, ma le ultime parole risuonarono come un’eco impossibile da ignorare:
“Il Signore rafforza l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani Egli rafforza.”
Più chiaro di così..
Disegnai il progetto: bellissimo, immenso, decisamente sproporzionato alle nostre possibilità. Il primo stralcio prevedeva un intervento da 360 milioni di lire. Ne sarebbero seguiti altri sei, necessari per ottenere l’agibilità e aprire l’agriturismo.
Nel giro di un mese Daniel vendette ciò che restava della sua casa in Francia, io un piccolo appartamento a San Venanzo. Raccogliemmo 190 milioni.
Il contributo europeo era di 160 milioni.
Ne mancavano dieci.
Come due bambini su una barchetta, trascinata dalla corrente di un fiume in piena ma protetta da argini buoni, iniziammo i lavori un Lunedì, 16 novembre 1998.
Il Giovedì dopo 3 giorni mio padre muore.
Dopo il funerale tornammo qui e trovammo una delle casette previste dal restauro completamente crollata. Quale impresa, in assenza del committente e del direttore dei lavori, ammette l’errore e propone un risarcimento di 12 milioni di lire?
Esattamente ciò che mancava:
10 milioni per chiudere il conto, 1 per l’agronomo, 1 per gli interessi bancari.
Ancora una volta:
“Il Signore rafforza l’opera delle nostre mani.”
Con la morte di papà arrivò anche un’ulteriore eredità: tre appartamenti a via Cortina d’Ampezzo, che avrebbero permesso di coprire i cinque stralci successivi.
Nessun manager, nessun piano strategico avrebbe potuto prevedere o costruire tutto questo.
Questa casa, questa terra, questo progetto sono nati così: da una storia più grande di noi, da una fiducia ostinata, e da mani che hanno lavorato, senza risparmio passo dopo passo.
Con i nostri figli Emanuel speciale per natura e Francesco speciale per estro, i volontari, il fantastico staff ogni giorno affrontiamo con passione la speciale vocazione dell’accoglienza!
